Riassunto
Leadership digitale. Parlarne, e quindi parlare di digitalizzazione delle PMI, significa mettere a tema un argomento molto spesso citato ma in realtà poco noto se non in misura superficiale. Il delicato processo di digitalizzazione di una PMI non consiste soltanto nella scelta dei software giusti, ma anche, o probabilmente dovremmo dire soprattutto, dalla capacità di chi guida l’azienda di orientare il cambiamento che ne deriva. Nelle righe seguenti vogliamo ragionare insieme sul reale significato di un termine, Leadership digitale, troppo spesso utilizzato senza cognizione di causa o male interpretato, e analizzare le competenze manageriali necessarie per accompagnare le persone e i processi verso un modo di lavorare più efficiente.
Leadership digitale e digitalizzazione PMI: in breve
- La leadership digitale è una competenza manageriale, non tecnica: consiste nel capire come la tecnologia possa migliorare l’azienda e nel guidare le persone in questo percorso;
- Nelle PMI, questo ruolo ricade quasi sempre sul titolare o su pochi responsabili, il cui atteggiamento influenza l’intera organizzazione aziendale;
- Molti progetti di digitalizzazione non partono neppure o si arenano nelle fasi iniziali per ragioni organizzative e culturali, prima ancora che tecnologiche;
- Le competenze chiave per “pilotare” la digitalizzazione sono la visione, le decisioni basate sui dati, la gestione del cambiamento, l’apprendimento continuo e la scelta dei partner giusti;
- Coinvolgere i collaboratori fin dalle fasi iniziali del processo di digitalizzazione, anche avvalendosi dell’operato di “ambasciatori” interni, può trasformare la resistenza in partecipazione;
- Il primo passo è un’analisi onesta dei processi attuali, per costruire un percorso a tappe con obiettivi realistici.
Se c’è una domanda che molti imprenditori si pongono, magari a fine giornata dopo l’ennesima riunione su gestionali, cloud, dati e intelligenza artificiale, potrebbe essere questa: “Da dove si comincia davvero?” La risposta più onesta, per quanto possa sembrare strana o controintuitiva a prima vista, molto raramente riguarda la tecnologia in quanto tale. Riguarda invece le persone, che questa tecnologia devono prima accettarla, e poi applicarla e farla funzionare ogni giorno. Prima ancora, però, riguarda chi guida l’azienda. È qui che entra in gioco la leadership digitale, un’espressione che si sente spesso ma che vale la pena guardare da vicino, soprattutto se il proprio ruolo è quello di guidare l’impresa.
Cosa intendiamo davvero per leadership digitale
Partiamo da un equivoco piuttosto diffuso: essere un leader “digitale” non significa saper configurare un server o conoscere per forza a memoria tutte le ultime novità tecnologiche del comparto software. Significa invece possedere una visione chiara, la capacità di immaginare come la tecnologia possa cambiare il modo in cui l’azienda lavora, produce, vende e prende decisioni, e poi la volontà di accompagnare quel cambiamento senza lasciare indietro nessuno. È una competenza manageriale a tutti gli effetti, che si somma a quelle tradizionali, come la gestione delle risorse o la capacità di motivare un team.
Nelle grandi imprese questo ruolo viene spesso affidato a figure dedicate, come il CIO o il Chief Digital Officer. Nelle piccole e medie imprese italiane la realtà è diversa: quasi sempre è il titolare, o una ristretta cerchia di responsabili, a doversi fare carico di questa missione. Ed è proprio per questo che la trasformazione digitale delle PMI nostrane dipende così tanto dall’atteggiamento di chi sta al vertice. Se chi guida l’azienda vive la digitalizzazione come un obbligo fastidioso, difficilmente il resto dell’organizzazione potrà riuscire a vederla come un’opportunità.
Perché la tecnologia, da sola, non basta
Chi ha già vissuto un progetto di digitalizzazione aziendale lo sa bene: si può acquistare un ottimo software e ritrovarsi, sei mesi dopo, con i colleghi che continuano a lavorare sui soliti fogli Excel, perché “tanto hanno sempre funzionato bene”. Il problema, in questi casi, non è lo strumento ma il modo in cui è stato introdotto, con tutta evidenza inefficace. Forse è mancata una spiegazione chiara del perché si è deciso di cambiare? Forse le persone non sono state coinvolte abbastanza nella scelta? Oppure la formazione, troppo superficiale o carente, è stata percepita dal personale come un costo da ridurre al minimo anziché come un investimento?
Le ricerche degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano raccontano da anni questa dinamica: molte PMI italiane hanno progressivamente aumentato gli investimenti in tecnologia, ma una parte consistente fatica ancora a trasformarli in un vero cambiamento dei processi e della cultura interna. In altre parole, il divario è più organizzativo che tecnologico, e colmarlo è esattamente il compito di una buona leadership.
Le competenze manageriali che fanno la differenza
Per descrivere il profilo di un manager capace di guidare la digitalizzazione, possiamo accantonare un elenco di presunte “certificazioni” e partire invece da alcune semplici attitudini che possono essere coltivate e sviluppate nel tempo.
La prima è la visione. Non parliamo della sfera di cristallo, ma della capacità di sapere dove si vuole portare l’azienda nei prossimi anni e capire come gli strumenti digitali possano aiutare nel viaggio verso questo traguardo. Un gestionale, una piattaforma e-commerce o un sistema di analisi dei dati hanno senso solo se rispondono a un obiettivo preciso: ridurre i tempi di evasione degli ordini, avere un controllo di gestione più affidabile oppure offrire ai clienti un servizio migliore. Senza questo legame, la tecnologia rischia di diventare un fine anziché un mezzo.
La seconda è la capacità di decidere sulla base dei dati. Molte PMI sono cresciute grazie all’intuito dei fondatori, e certamente quell’intuizione rappresenta un patrimonio che deve essere preservato. Oggi, però, le informazioni disponibili sono tantissime e saperle leggere permette di affiancare all’esperienza qualcosa di più solido e affidabile. Un leader digitale non deve diventare un analista, ruolo non suo, ma deve pretendere dati affidabili su cui lavorare, sapere quali domande porre e avere umiltà sufficiente per cambiare idea nel caso in cui i numeri dovessero raccontare una storia diversa da quella attesa.
A questo punto, rimane in sospeso un grande tema, spesso molto sottovalutato, quello del change management. Dietro l’inglesismo di quella che sembra solo un’etichetta “da consulenti”, si cela una verità molto concreta, ma spesso anche scomoda da accettare: le persone hanno bisogno di tempo, ascolto e soprattutto di motivazioni chiare per abbandonare abitudini da tempo consolidate. Comunicare con trasparenza, spiegare cosa cambia e cosa no, riconoscere le difficoltà (in particolare quelle delle persone operative) senza minimizzarle, sono gesti semplici ma capaci di incidere in misura enorme sul successo di un progetto.
Un’altra competenza chiave è la propensione all’apprendimento continuo. La tecnologia evolve a una velocità che nessuno può inseguire da solo, e la buona notizia è che non serve nemmeno farlo. Ciò che serve, invece, è creare un ambiente in cui imparare sia la regola e non l’eccezione, un luogo in cui sperimentare, e correggere il tiro dopo un errore, non siano azioni vissute come un fallimento o una perdita di tempo. Un titolare che per primo partecipa alla formazione e pone domande utili, manda al suo team un messaggio molto più efficace di qualsiasi circolare interna.
Infine, c’è la capacità di scegliere i partner giusti per accompagnare il processo di cambiamento. Sono poche le aziende in grado di internalizzare tutte le competenze necessarie e, in fondo, procedere in questo modo molto spesso non ha neppure molto senso. Saper valutare un fornitore anche oltre il costo per i suoi servizi, per la sua capacità di comprendere il business aziendale e di accompagnare l’azienda in questo percorso, è a tutti gli effetti una competenza manageriale.
Leadership digitale: dalle persone che “subiscono” alle persone che partecipano nella trasformazione digitale PMI
L’errore più comune, e forse anche il più dannoso, è concepire la digitalizzazione come un progetto calato dall’alto. A funzionare meglio è l’esatto contrario, cioè un approccio orientato a coinvolgere fin dall’inizio chi lavora ogni giorno nei processi da cambiare. In questa modalità, il responsabile di magazzino sa perfettamente dove si perdono tempo e informazioni, chi lavora in amministrazione conosce ogni passaggio superfluo o ridondante nella gestione delle fatture, il commerciale ha ben presente quali dati gli mancano per chiudere una trattativa. Ascoltare il parere e i suggerimenti di queste persone è una forma di rispetto, e anche il sistema più efficace per introdurre in azienda nuove soluzioni che poi saranno davvero usate nel lavoro quotidiano.
In molte aziende funziona bene anche il metodo di individuare alcuni “ambasciatori” interni, cioè persone curiose e stimate dai colleghi che vengono coinvolte per prime, testano gli strumenti e poi aiutano a diffonderne l’uso. Un simile approccio costa poco e trasforma la resistenza in partecipazione. La leadership digitale, in fondo, si misura anche così: dalla capacità di distribuire responsabilità e di far sentire ognuno parte del percorso.
Da dove partire, concretamente
Se sei arrivato fin qui, probabilmente ti stai chiedendo quale sia il primo passo.
Il consiglio è di non partire dagli strumenti, ma da un’analisi onesta della situazione attuale: quali processi rallentano il lavoro nella tua azienda, dove si concentrano gli errori, quali informazioni arrivano in ritardo o non arrivano affatto. Iniziando da lì sarà più semplice fissare le priorità e costruire un percorso a tappe, con obiettivi misurabili e tempi realistici, allo scopo di evitare una rivoluzione annunciata e mai completata.
Nel frattempo, vale la pena investire anche sulla propria crescita come manager. Le risorse di qualità non mancano: la MIT Sloan Management Review, per esempio, pubblica regolarmente ricerche su come sta cambiando la leadership nell’epoca digitale, con spunti utili anche per chi guida realtà molto più piccole di quelle raccontate negli articoli.
Altrettanto importante è affidarsi a interlocutori che conoscano da vicino il tessuto delle imprese italiane. È l’approccio con cui NTS Informatica affianca le PMI, con soluzioni gestionali e servizi pensati per accompagnare la crescita digitale passo dopo passo, mettendo al centro i processi e le persone prima ancora del software. E se vuoi approfondire altri aspetti del tema, trovi diversi spunti anche negli altri articoli del nostro magazine.
La digitalizzazione non è una gara a chi adotta più tecnologie nel minor tempo possibile. È un percorso che cambia il modo di lavorare e di pensare, un mutamento profondo che ha bisogno di qualcuno che indichi la direzione, sappia osservare e ascoltare, abbia la pazienza di costruire giorno dopo giorno una nuova azienda partendo da quella vecchia. Le competenze tecniche si possono acquistare o delegare; la capacità di guidare le persone attraverso questa trasformazione, che è forse la parte più interessante di tutto il viaggio, resta invece nelle mani di chi guida l’azienda.








